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Nel 1349 il Castello venne ceduto dal Vescovo di Trento agli Scaligeri, ma una sollevazione popolare scacciò dalla rocca la guarnigione veronese affidandola a Niccolò d’Arco. Costui, abilmente, seppe placare le ire di Cangrande della Scala, succeduto nel frattempo al padre Mastino, ed ebbe la nomina a Capitano non solo di Arco ma anche delle Giudicarie e di Cavedine. Altri assalti si portarono al Castello da parte dei signori di Seiano, dei Lodron e dalle truppe della Serenissima. Il borgo venne preso, ma il Castello in ogni occasione resistette. Il complesso fortificato si ingrandì di molto; ogni ramo della famiglia infatti cercava di avere una residenza dentro il maniero. Venne così la fine del XV; nel 1495 Albrecht Dürer dipinse il Castello di Arco dando al suo acquerello il titolo di "Fenedier Klawsen", chiusa veneziana, non perché la rocca appartenesse a Venezia, ma perché si affacciava su Riva, territorio occupato dalla Serenissima.  Osservando attentamente questo dipinto si è consapevoli che il Castello era in effetti un piccolo villaggio fortificato. Nel Quattrocento e poi nel Cinquecento i conti d’Arco si costruirono più comode residenze attorno alla piazza di Arco ed il Castello cominciò a conoscere il proprio declino. Nel 1542 vi scoppiò un furioso incendio del quale venne inizialmente incolpato Nicolò d’Arco, poeta ed umanista. Per veder riconosciuta la propria innocenza il poeta si recò perfino alla corte imperiale di Praga.
Si stava intanto diffondendo il fenomeno del banditismo. La zona del Sommolago, quale fascia di confine, divenne terreno prescelto dai profughi, dalle schiere dei senza patria; i messi al bando divennero "banditi".  Molti di essi trovarono ospitalità presso il Castello dei d’Arco.
 

  Acquerello di Albrecht Durer
La rupe, il Colodri e l'Oltresarca   Nel luglio del 1579, l’arciduca del Tirolo Ferdinando II, con un’azione rapida ed incruenta, fece occupare dai suoi commissari il Castello di Arco e quello di Penede. Era intenzione dell’arciduca acquistare il Castello e le proprietà dei conti; le fece quindi stimare dai suoi commissari. Il lungo documento stilato da diversi esperti è una preziosa testimonianza circa la consistenza dei beni dei conti d’Arco e sulla strutturazione del Castello. Il progetto di acquisto venne però accantonato e nel 1614, dopo la stipula delle "Capitolate", i conti tornarono ad Arco; la contea fu divisa in tre giurisdizioni: il Castello, Arco e Penede. Il conte cui era assegnato il Castello amministrava anche la giustizia.
Il Seicento rappresenta per l’antico maniero il "canto del cigno". Nel 1635 l’arciduchessa Claudia impose ai sudditi di Arco di riparare il Castello e le mura di cinta alla città; dal 1665 al 1675 il maestro Stefano Voltolino ed i suoi lavoranti compirono numerosi interventi di restauro. Nel 1680 l’imperatore Leopoldo II assunse il controllo diretto del Castello, privando di ogni autorità i conti d’Arco.

 
   La nascita del Castello (1/3)
Il declino e il restauro del Castello (3/3)