{"id":96,"date":"2016-05-29T13:51:29","date_gmt":"2016-05-29T11:51:29","guid":{"rendered":"http:\/\/arco.org\/?page_id=96"},"modified":"2017-04-17T20:26:33","modified_gmt":"2017-04-17T18:26:33","slug":"il-castello","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.arco.org\/?page_id=96","title":{"rendered":"Il castello"},"content":{"rendered":"<p>Nel paesaggio di Arco, ora disteso, ora arroccato, unico nella sua variegata complessit\u00e0, entra, quasi prepotentemente, la rupe con il Castello. Qualsiasi orizzonte prospettico si voglia inquadrare ecco che la torre merlata (o la torre sommitale) attirano il nostro sguardo come una calamita. A quello che resta dell\u2019antico maniero dei conti d\u2019Arco va quindi d\u2019obbligo il posto d\u2019onore nell\u2019illustrazione dei tanti monumenti di interesse storico ed artistico che Arco offre ai suoi abitanti e a chi la visita.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-472\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/cortile-1.jpg\" alt=\"cortile\" width=\"250\" height=\"266\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-471\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/controluce-1.jpg\" alt=\"controluce\" width=\"230\" height=\"290\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-469\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Castello132-1.jpg\" alt=\"Castello132\" width=\"244\" height=\"276\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-466\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Camini-1.jpg\" alt=\"Camini\" width=\"150\" height=\"277\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-464\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Stanzagiochi3.jpg\" alt=\"Stanzagiochi3\" width=\"220\" height=\"201\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-463\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/stanzagiochi.jpg\" alt=\"stanzagiochi\" width=\"240\" height=\"173\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-462\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Stanzadeigiochi2.jpg\" alt=\"Stanzadeigiochi2\" width=\"270\" height=\"178\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-461\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Rengheraa.jpg\" alt=\"Rengheraa\" width=\"129\" height=\"217\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-460\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Prigionee.jpg\" alt=\"Prigionee\" width=\"250\" height=\"161\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-459\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/laghelt.jpg\" alt=\"laghelt\" width=\"250\" height=\"276\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-458\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/La-rupe.jpg\" alt=\"La rupe\" width=\"272\" height=\"187\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-457\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/EntrataPrigione-240x300.jpg\" alt=\"EntrataPrigione\" width=\"240\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/EntrataPrigione-240x300.jpg 240w, https:\/\/www.arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/EntrataPrigione.jpg 250w\" sizes=\"(max-width: 240px) 100vw, 240px\" \/> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-456\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Duerer.jpg\" alt=\"Duerer\" width=\"189\" height=\"227\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-455\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/cortile.jpg\" alt=\"cortile\" width=\"250\" height=\"266\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-454\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/controluce.jpg\" alt=\"controluce\" width=\"230\" height=\"290\"> <img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-473\" src=\"http:\/\/arco.org\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/Duerer-1.jpg\" alt=\"Duerer\" width=\"189\" height=\"227\"><\/p>\n<h1>Cenni storici<\/h1>\n<p>Scriveva il notaio Ambrogio Franco (vissuto nel Seicento ad Arco) che ai tempi di Tiberio e Druso, i Romani avevano stabilito nel Trentino, in rapporto al diffondersi del brigantaggio, fortilizi un po\u2019 ovunque, soprattutto sui monti e nelle chiuse delle valli. E poi aggiunge: <em>\u201cHo sentito che dicono che nell\u2019anno 512 d.C. Teodorico pose vicino al Benaco una torre sopra un\u2019altissima rupe, sovrastante il Sarca\u201d<\/em>. Pur premettendo che la storia non pu\u00f2 basarsi sul \u00b4\u201dho sentito che dicono\u201d, le due notizie forniteci dallo storico non sono prive di fondamento. Reperti archeologici, trovati in tempi diversi sulla rupe, attestano presenze pi\u00f9 antiche rispetto all\u2019epoca medioevale. Il nome stesso di Arco deriva da <em>\u201carx\u201d<\/em> che significa fortezza.<\/p>\n<p>\u00c8 certo comunque che intorno all\u2019anno Mille il Castello gi\u00e0 esisteva, anche se non nella complessa strutturazione con torri ed edifici quale l\u2019iconografia pi\u00f9&nbsp; tarda ci consegna. Esso era stato costruito dai \u201cnobili liberi\u201d con finalit\u00e0 soprattutto difensive. E quel <em>\u201ccastrum\u201d<\/em> aveva dato il nome alla comunit\u00e0 che attorno alla rupe si era sviluppata (\u201c<em>universitas sita apud castrum Archi<\/em>\u201d), e alla famiglia che ne diventer\u00e0 la padrona. Nel 1196 il nobile Federico d\u2019Arco, figlio di Alberto, dichiar\u00f2 pubblicamente che il Castello era bene allodiale degli abitanti della Pieve di Arco. A lui competeva soltanto il diritto di \u201cimmunit\u00e0\u201d e di \u201cbanno\u201d, diritti gi\u00e0 esercitati dai suoi antenati. Egli quindi poteva chiamare alle armi delle persone per difendere il Castello, aveva il comando militare all\u2019interno della fortezza, curava la salvaguardia degli alloggiati, amministrava la giustizia; ma non era il proprietario del Castello, o perlomeno non di tutti gli edifici presenti. \u00c8 possibile che i nobili d\u2019Arco vivessero nella torre sommitale, chiamata \u201cil castello vecchio\u201d.<\/p>\n<p>Fu questa parte di Castello infatti che Riprando d\u2019Arco cedette ad Ezzelino da Romano, sanguinario signorotto veneto, che invest\u00ec di questa propriet\u00e0 Sodigerio di Tito, podest\u00e0 di Trento e suo amico (1253). La vicenda ebbe per\u00f2 sviluppi imprevisti: Ezzelino mor\u00ec, Riprando riacquist\u00f2 la sua parte di Castello, ma venne incarcerato dai cugini insieme alla figlia Cubitosa. Riprando mor\u00ec, ma Cubitosa riusc\u00ec a fuggire dalla fortezza; nel suo testamento la contessa nomin\u00f2 l\u2019arcivescovado di Trento erede della sua parte di Castello. Seguirono lotte acerrime che si conclusero con la pace di Castel Tirolo (1272). Il Castello torn\u00f2 ai d\u2019Arco che ivi esercitarono la giurisdizione in nome del conte Mainardo II del Tirolo.<\/p>\n<p>Nel 1349 il Castello venne ceduto dal Vescovo di Trento agli Scaligeri, ma una sollevazione popolare scacci\u00f2 dalla rocca la guarnigione veronese affidandola a Niccol\u00f2 d\u2019Arco. Costui, abilmente, seppe placare le ire di Cangrande della Scala, succeduto nel frattempo al padre Mastino, ed ebbe la nomina a Capitano non solo di Arco ma anche delle Giudicarie e di Cavedine. Altri assalti si portarono al Castello da parte dei signori di Seiano, dei Lodron e dalle truppe della Serenissima. Il borgo venne preso, ma il Castello in ogni occasione resistette. Il complesso fortificato si ingrand\u00ec di molto; ogni ramo della famiglia infatti cercava di avere una residenza dentro il maniero. Venne cos\u00ec la fine del XV; nel 1495 Albrecht D\u00fcrer dipinse il Castello di Arco dando al suo acquerello il titolo di \u201cFenedier Klawsen\u201d, chiusa veneziana, non perch\u00e9 la rocca appartenesse a Venezia, ma perch\u00e9 si affacciava su Riva, territorio occupato dalla Serenissima. Osservando attentamente questo dipinto si \u00e8 consapevoli che il Castello era in effetti un piccolo villaggio fortificato. Nel Quattrocento e poi nel Cinquecento i conti d\u2019Arco si costruirono pi\u00f9 comode residenze attorno alla piazza di Arco ed il Castello cominci\u00f2 a conoscere il proprio declino. Nel 1542 vi scoppi\u00f2 un furioso incendio del quale venne inizialmente incolpato Nicol\u00f2 d\u2019Arco, poeta ed umanista. Per veder riconosciuta la propria innocenza il poeta si rec\u00f2 perfino alla corte imperiale di Praga.<\/p>\n<p>Si stava intanto diffondendo il fenomeno del banditismo. La zona del Sommolago, quale fascia di confine, divenne terreno prescelto dai profughi, dalle schiere dei senza patria; i messi al bando divennero \u201cbanditi\u201d. Molti di essi trovarono ospitalit\u00e0 presso il Castello dei d\u2019Arco.<\/p>\n<p>Nel luglio del 1579, l\u2019arciduca del Tirolo Ferdinando II, con un\u2019azione rapida ed incruenta, fece occupare dai suoi commissari il Castello di Arco e quello di Penede. Era intenzione dell\u2019arciduca acquistare il Castello e le propriet\u00e0 dei conti; le fece quindi stimare dai suoi commissari. Il lungo documento stilato da diversi esperti \u00e8 una preziosa testimonianza circa la consistenza dei beni dei conti d\u2019Arco e sulla strutturazione del Castello. Il progetto di acquisto venne per\u00f2 accantonato e nel 1614, dopo la stipula delle \u201cCapitolate\u201d, i conti tornarono ad Arco; la contea fu divisa in tre giurisdizioni: il Castello, Arco e Penede. Il conte cui era assegnato il Castello amministrava anche la giustizia.<\/p>\n<p>Il Seicento rappresenta per l\u2019antico maniero il \u201ccanto del cigno\u201d. Nel 1635 l\u2019arciduchessa Claudia impose ai sudditi di Arco di riparare il Castello e le mura di cinta alla citt\u00e0; dal 1665 al 1675 il maestro Stefano Voltolino ed i suoi lavoranti compirono numerosi interventi di restauro. Nel 1680 l\u2019imperatore Leopoldo II assunse il controllo diretto del Castello, privando di ogni autorit\u00e0 i conti d\u2019Arco.<\/p>\n<p>L\u2019inizio del XVIII secolo segna il totale declino del Castello. Come si \u00e8 detto in precedenza, nell\u2019ambito della guerra di successione spagnola, l\u2019armata francese guidata dal generale Vendome penetr\u00f2 nel Basso Sarca, strinse d\u2019assedio Arco, conquist\u00f2 la citt\u00e0, bombard\u00f2 il Castello la cui guarnigione si arrese; era il 15 agosto 1703. La storia dice che, dopo la mancata conquista di Trento, le truppe francesi incendiarono e minarono buona parte dei castelli del basso Trentino. Ma un inventario del Castello di Arco, risalente al 1727 (24 anni dopo Vendome!), testimonia che molte delle torri e degli edifici avevano ancora il tetto ed i pavimenti in quadrelli. Un velo di oblio scese sul Castello di Arco che divenne meta di povera gente alla ricerca di una trave, di alcuni coppi, di una pietra ben squadrata. I conti d\u2019Arco intanto si erano divisi in vari rami; vivevano in Arco, a Mantova e in Baviera. Nel dicembre del 1862 il governo austriaco eman\u00f2 una legge sul passaggio dei beni feudali in beni allodiali; il Castello, diroccato, era propriet\u00e0 in parti eguali dei due rami, quello di Monaco e quello di Mantova.<\/p>\n<p>Nel 1879 il geometra Giuseppe Caproni, padre del pioniere dell\u2019aeronautica Gianni Caproni, stese un progetto per interventi minimali di restauro al Castello per renderlo visitabile da parte degli ospiti del Curort. Altri lavori furono svolti ad inizio secolo per evitare soprattutto cadute di sassi sulle case sottostanti. Dopo il Primo Conflitto Mondiale la parte del Castello appartenente al ramo germanico dei conti d\u2019Arco venne incamerata dal demanio italiano che la assegn\u00f2 inizialmente all\u2019Opera Nazionale Combattenti. Nel 1927 la contessa Giovanna d\u2019Arco, marchesa di Bagno, lo acquist\u00f2 diventando l\u2019unica proprietaria. Nel 1982 l\u2019atto finale: il Comune di Arco decide l\u2019acquisto del Castello e di altri beni dalla Fondazione d\u2019Arco in Mantova, erede della contessa Giovanna d\u2019Arco. Il Castello tornava, dopo otto secoli, agli \u201cuomini liberi\u201d della Pieve di Arco.<\/p>\n<p>Nel 1986 il Servizio Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento avviava radicali lavori di restauro.<\/p>\n<p>Guida al Castello<\/p>\n<p>La visita al Castello dovrebbe partire da lontano, dai resti di Arco, citt\u00e0 murata. A Ovest del borgo, lungo via Fossa Grande (il nome ricorda la presenza di un fossato), due torri e qualche parte dell\u2019antica muraglia sono quanto rimane della cinta muraria che proteggeva la citt\u00e0. Poco distante dalla seconda torre troviamo la porta di Stranfora, l\u2019unica rimasta delle quattro esistenti. Si pu\u00f2 entrare nel borgo oppure proseguire in direzione L\u00e0ghel. La cortina di mura continua sulla sommit\u00e0 del dosso che fa arco al centro abitato e va ad innestarsi sulla rupe del Castello. Percorrendo una ripida stradina si arriva all\u2019ingresso. Altre alternative per giungere al Castello sono la scalinata in prossimit\u00e0 della piazza di Arco o il sentiero che parte da piazzetta S. Giuseppe (sopra il bar una delle case pi\u00f9 vecchie di Arco), nei pressi del ponte sul Sarca. Si arriva in entrambi i casi nella zona della \u201cCosta\u201d, il ripido pendio fra il Castello e la piazza; un sentiero panoramico fra gli ulivi conduce all\u2019ultima rampa verso l\u2019ingresso.<\/p>\n<p>La prima parte dell\u2019itinerario entro la cinta del Castello presenta una graditissima novit\u00e0 per chi varca per la prima volta quel portone. La presenza di due grandi prati, posti su livelli diversi, inimmaginabili per chi osserva la rupe dal basso. Possono essere considerati la \u201clizza\u201d del Castello, ma non \u00e8 improbabile che essi abbiano avuto, nel corso dei secoli, anche utilizzi \u201cmeno nobili\u201d: pascolo per gli armenti o campo da coltivare. Un inventario dei beni mobili presenti nel Castello (1388) ed ereditati da Orsola d\u2019Arco, vedova di Antonio, nomina, fra l\u2019altro, 300 pecore, 6 buoi e 5 giumente.<\/p>\n<p>La vasca per la raccolta dell\u2019acqua ai piedi di una ripida parete rocciosa \u00e8 stata realizzata alla fine dell\u2019Ottocento, cos\u00ec come il parapetto che fa da protezione alla \u201ccurva del belvedere\u201d. Lo sguardo comincia a spaziare sulla valle; sopra, la torre con i merli a coda di rondine ci appare, improvvisamente, molto vicina, imponente. Si pu\u00f2 osservare chiaramente che i tre finestroni tardorinascimentali sono stati realizzati in tempi successivi.<\/p>\n<p>Proseguendo il cammino e deviando a destra si visita la \u201cprigione del sasso\u201d, con copertura ad avvolto. Sopra di essa vi era un rondello, un bastione con pianta circolare.<\/p>\n<p>Tornando sulla strada principale si arriva ad un primo edificio. Doveva essere la \u201csclosseraria\u201d, la bottega del fabbro; lo attestano la mappa riportata nel Codice Enipontano e la nota di alcune riparazione compiute nel Castello, nel 1675. Diverse raffigurazioni del Castello la mostrano chiaramente, preceduta da un porticato. Sul lato opposto i lavori di restauro hanno messo a nudo la base di un potente contrafforte entro cui si apre una finestra; era la bocca di accesso ad una grande cisterna. Si comincia intanto a percorrere l\u2019antica strada, pavimentata in pietre. Sul lato Nord si trova una vasca per la raccolta dell\u2019acqua che scorreva nella canaletta scavata nella roccia.<\/p>\n<p>Da sopra possiamo ammirare la base della grande cisterna realizzata in coccio pesto, con al centro uno svuotatoio. Sopra la cisterna sorgeva un grande palazzo collegato alla \u201cTorre Grande\u201d da una breve scala con gradini in pietra.<\/p>\n<p>\u00c8 da ritenere che la strada che si percorre non sia la pi\u00f9 antica; ne esisteva con tutta probabilit\u00e0 una ad un livello pi\u00f9 in basso.<\/p>\n<p>Dopo aver superato la soglia di due delle sei porte esistenti nel Castello, si arriva sul retro della \u201cTorre Grande\u201d. Realizzata in epoca successiva rispetto alla torre sommitale, \u00e8 alta circa 20 metri, mentre i lati sono di 12 metri circa. Singolare \u00e8 il fatto che alle devastazioni di Vendome siano resistite perfettamente tre pareti mentre la quarta \u00e8 andata completamente distrutta. In merito si pu\u00f2 avanzare un\u2019ipotesi: che la quarta parete fosse parte in muratura e parte in legno. Si noti infatti che, superato un certo livello, dalle pareti laterali non sporgono le pietre solitamente poste dai costruttori per meglio connettere fra loro le pareti formanti un medesimo spigolo.<\/p>\n<p>Dall\u2019interno si notano anche le chiusure delle antiche finestre effettuate per far posto ai tre grandi finestroni.<\/p>\n<p>La torre era coperta da un tetto.<\/p>\n<p>I coppi che si scorgono, lungo il bordo pi\u00f9 alto, sono stati posti alla fine dell\u2019Ottocento per proteggere le muraglie. A fianco della torre esisteva un altro edificio di notevole altezza. \u00c8 rimasta la parete ad Est; nello spiazzo intermedio emerge un pilastro in sassi, a sezione circolare.<\/p>\n<p>La strada termina in un piazzale pavimentato in quadrelli in cotto. In origine qui si trovava un edificio preceduto da un portico. Lo testimonia il lavandino in pietra fissato a strapiombo sulla rupe. Nell\u2019angolo a Sud, in uno spazio ristretto, si nota la base di un grande forno circolare. Potrebbe trattarsi anche della stufa che alimentava l\u2019impianto di riscaldamento a vapore, citato da Ambrogio Franco.<\/p>\n<p>Sul lato Nord troviamo tre costruzioni, ricavate scavando la roccia. Nella prima \u00e8 racchiusa una grande cisterna, parzialmente ricostruita; di pianta rettangolare (m. 9 per m. 3,50, h. m. 5). La si osserva dalla seconda stanza detta \u201cdel sartor\u201d. Qui troviamo il pavimento originale e sul lato Nord la base di un grande focolare; sulla roccia si possono notare gli appoggi per i grandi legni della cappa.<\/p>\n<p>La terza stanza \u00e8 il gioiello che il Castello di Arco offre ai suoi visitatori: una sala quadrangolare (m. 5.60 x m. 6.50 &#8211; alta m. 3.20) con una sola finestra verso Est. Le quattro pareti presentano un prezioso ciclo di affreschi risalente agli anni a cavallo fra la fine del Trecento ed i primi decenni del Quattrocento.<\/p>\n<p>Le varie scene rappresentano nell\u2019 ordine: alcune dame che giocano a dadi, altri personaggi (anche Dante Alighieri?) che giocano a scacchi, una dama che raccoglie rose attorniata da due ancelle,S. Giorgio che uccide il drago, l\u2019investitura di un cavaliere, una scena di battaglia, un lacerto con una scacchiera a riquadri romboidali poi, staccato dal resto degli affreschi, il riquadro con due altre dame che giocano a scacchi. Un ultimo dettaglio pittorico merita attenzione; il volto (di un trombettiere?) in alto, a lato dell\u2019ingresso. In questi affreschi spiccano volti con espressione di grande dolcezza, che sfuggono all\u2019immobile fissit\u00e0 di altri affreschi coevi, presenti in chiese di Arco. La mano che dipinse questi affreschi era esterna quindi all\u2019ambiente locale; una traccia potrebbe essere rappresentata da una lettera spedita nel 1380 da Antonio d\u2019Arco al Duca di Mantova Ludovico Gonzaga, con la richiesta di concedere al pittore Graziolo il permesso di venire ad Arco, per un certo tempo. Ma forse questi affreschi sono posteriori a quella data.<\/p>\n<p>Il pavimento \u00e8 in cotto a lisca di pesce; nell\u2019angolo di Sud-Est era presente un caminetto; sulla parete si coglie la traccia dell camino.&nbsp; Questa stanza \u00e8 chiamata in almeno due documenti riguardanti il Castello <em>\u201cla stuetta dove mor\u00ec l\u2019ill.mo signor conte Galeazzo\u201d.<\/em><\/p>\n<p>All\u2019esterno rimangono da osservare, al termine del camminamento sul lato Est, i resti del pavimento delle \u201ccomodit\u00e0\u201d a&nbsp; strapiombo sul precipizio.<\/p>\n<p>Per continuare la visita al castello occorre percorrere il largo sentiero che costeggia la cinta muraria sul lato Ovest della rupe, non prima di aver osservato ci\u00f2 che resta di altri edifici, a monte della Torre Grande. Fra essi doveva probabilmente esserci la chiesa di S. Maria Maddalena; un tratto di fregio in pietra con scena biblica, proveniente da questa cappella, si trova ora presso il Museo Diocesano di Trento.<\/p>\n<p>Si noti come, sfruttando una grande frattura nella roccia, si sia ricavata un\u2019alta cantina, coperta da una perfetta volta in sassi.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 detto, l\u2019itinerario nel Castello prosegue sul lato Ovest fino a giungere alla Torre di L\u00e0ghel. A met\u00e0 circa di questo tratto di mura \u00e8 presente un\u2019apertura; era il passaggio per il sottostante bastione, realizzato con grandi massi squadrati. Vi sono anche tracce del basamento di una modesta fortificazione raffigurata nel dipinto del D\u00fcrer.<\/p>\n<p>Dalla torre di Laghel l\u2019occhio pu\u00f2 spaziare sul magnifico anfiteatro del Collodri e del Baone che digrada dolce con i terrazzi coltivati ad olivi e viti, oppure spingersi verso Nord lungo l\u2019asse del Sarca.<\/p>\n<p>Si sale ancora fra i lecci ed i cespugli di pungitopo fino ad arrivare all\u2019ultima cinta di mura, eretta a protezione della Torre Renghera. Il nome deriva dalla presenza sulla torre di una campana, la cosiddetta \u201crenga\u201d; essa serviva per chiamare a raccolta i cittadini.<\/p>\n<p>La scalinata scavata nella roccia risale al XIX secolo; l\u2019unico accesso alla torre era infatti collocato ad una certa altezza ed era raggiungibile tramite una scala di legno che, in caso di assedio, veniva rimossa. La torre presenta lo spigolo verso Arco nella direzione a \u201cfrangivento\u201d. Nello spazio circostante vi \u00e8 la terza cisterna, ricostruita durante gli ultimi lavori di restauro.<\/p>\n<p>Dalla torre scende il rivellino, a dividere in due la parte pi\u00f9 alta della rupe; questo muro doveva costituire un ulteriore sistema di difesa in caso di penetrazione del nemico dal lato Ovest.<\/p>\n<p>Il ritornare sui nostri passi ci far\u00e0 osservare sicuramente altri dettagli, altri scorci dove la natura e la storia fanno quasi a gara per catturare il nostro interesse e la nostra ammirazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel paesaggio di Arco, ora disteso, ora arroccato, unico nella sua variegata complessit\u00e0, entra, quasi prepotentemente, la rupe con il Castello. Qualsiasi orizzonte prospettico si voglia inquadrare ecco che la torre merlata (o la torre sommitale) attirano il nostro sguardo come una calamita. 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